Agartha
Muta, donna scalza e nuda
il cuore è un muscolo
e l’Anima eterna.
Così chiudeva la mia donna in gabbia,
mentre custodiva battiti tra le mani
e sognava
con ali sorrette da petali di loto
quell’azzurro cielo
che tanto amava.
Inghiottiva un velo nero,
con il cuore che pulsava
alla vista delle tele di Chagall,
e tra quelle mura
rompeva il silenzio
con una matita e un foglio bianco:
tracciava un sentiero
fino ad Agartha
e lì viaggiava.
Valentina Giua
(Vestire Polvere di sogni, Akkuaria Edizioni, 2024)

Io Agartha non l’ho incontrata in un dizionario.
L’ho incontrata casualmente, tanto tempo fa, nei luoghi più reconditi della mia essenza, e oggi rivedo Agartha prendere forma e sostanza in lei. Nella “lei” di questo dipinto.
Non so bene perché, ma sento un’attrazione viscerale per questo ritratto femminile. Come se la conoscessi da sempre e rivedessi nei suoi tratti qualcuno di fortemente familiare. Andiamo per gradi: desidero fare dei passaggi lenti, perché a volte le intuizioni precedono qualsiasi discorso logico della mente e anche quelli irrazionali. Anzi, forse è proprio in questi ultimi che sono racchiuse verità maggiori di quelle che potremmo nominare tali.
Quando ho scritto questa poesia, la città sotterranea era ancora un’ombra, un nome che avevo sentito scivolare in qualche libro di esoterismo, una leggenda che parlava di un regno nascosto dentro la Terra, legato alla teoria della Terra cava, alle storie del “Re del mondo”, a un centro sapienziale invisibile.
Non mi interessava stabilire se fosse Tibet, Asia centrale, India, lago di Bolsena, deserto del Gobi o il Monte Epomeo sull’isola di Ischia.
Mi interessava il fatto che questa parola “r-esisteva”, non si lasciava fissare su di un foglio di carta dopo averla “letta”.
Lo ammetto: l’attrazione per questa parola nasce proprio perché non è filologicamente riconducibile a radici antiche.
Quello che sappiamo, più o meno, è questo: Agarthi, Agartha, Agharta, Agartta sono forme moderne di un nome che entra nella letteratura occidentale tra Ottocento e Novecento.
Louis Jacolliot, con il suo Les fils de Dieu del 1873, parla di una Asgartha, mescolando riferimenti indiani e nordici in modo abbastanza disinvolto.
Alexandre Saint-Yves d’Alveydre, nel 1886, in Mission de l’Inde en Europe, prende quel materiale e lo trasforma in un regno: un mondo sotterraneo, governato da Maestri segreti, custode di un sapere che dovrebbe guidare spiritualmente l’umanità di superficie.
Da lì in poi, Agartha diventa un magnete: assorbe la teoria della Terra cava, le leggende di città sotterranee, il buddhismo tibetano di Shambhala, i racconti di gallerie che collegano Asia, poli, piramidi, isole.
Tutti vogliono fissarla da qualche parte, ma nessuno ci riesce davvero.
L’etimologia che non c’è e la sua forza
Su Agartha si è detto di tutto: che significherebbe “l’inaccessibile” in sanscrito, che deriverebbe da Ásgarðr (il giardino degli dei) con una patina orientale, che sarebbe un nome segreto di Shambhala (leggendario regno mistico della tradizione buddista e induista).
Per la rubrica di etimologia, questa potrebbe sembrare una mancanza. Per me tuttavia è il contrario.
Agartha è una parola che resiste all’ansia di chiuderla in una nota a piè di pagina.
Non è un lemma da scheda, è un significante che fluttua: contiene un regno, un grembo, una città, un mito, una psiche, una nostalgia, un bisogno.
Invece di chiedermi da dove viene, mi interessa chiedermi: perché continuiamo a inventare città sotto la terra?
Il sottosuolo come bisogno
Freud avrebbe parlato di inconscio: un luogo sotterraneo in cui si depositano desideri, traumi, immagini che la coscienza non sopporta.
Jung ci ha messo un piano più profondo: un inconscio collettivo, popolato da archetipi, in cui il mito mette in scena il nostro dramma interiore.
Quando una cultura immagina un regno sotterraneo, inferi, caverne, città di sotto, Agartha, non sta descrivendo la geografia della Terra.
Sta raccontando la geografia della psiche. Scendere sotto significa scendere in noi, andare dove non vogliamo guardare, per poi tornare, con un filo invisibile, all’inizio dei miei versi e ritrovare ciò che è stato messo in gabbia.
Gurdjieff, Ouspensky e la regione interiore
Non attribuisco a Gurdjieff e Ouspensky un “mito di Agartha”.
Non è il loro, ma le loro parole mi aiutano a capire cosa mi interessa di questa “città”.
Ouspensky parla di uno stato di sonno: la maggior parte degli esseri umani vive in automatismo, pensa una cosa, sente un’altra, fa tutt’altro.
Gurdjieff insiste sui centri: uno intellettuale, uno emozionale, uno istintivo-motorio e un centro sessuale, come forza più potente di tutte, spesso dispersa.
Quando li leggo, Agartha smette di essere un altrove frutto di una fantasia misteriosa o mitica e diventa la regione interiore che non frequentiamo, una zona della coscienza che probabilmente vorremmo rendere abitabile o che avremmo bisogno di rendere tale.
L’Ombra che aspetta nel sottosuolo
Jung chiama Ombra tutto ciò che non accettiamo di noi: l’aggressività, l’invidia, la paura, la colpa, ma anche le capacità che non ci concediamo.
Forse partirei esattamente da queste capacità, da quelle che non concediamo a noi stessi per paura, una paura che ci tiene prigionieri.
In questo momento sto ascoltando Somebody That I Used to Know, di Gotye. “Qualcuno che conoscevo”… Quante volte pensiamo di conoscere, o di aver creduto di conoscere, qualcosa o qualcuno così profondamente da immaginare di sapere ogni cosa?
Chiediamo mai a noi stessi, alla nostra anima, questa domanda?
Ci conosciamo?
Mi conosco?
Ehi, anima, dico a te: chi sei?
Chi sono?
Cosa sono?
Dove vive di solito?
Dove vivo?
Nei “sotterranei dell’anima”, come li chiamano alcuni autori junghiani: quello strato che sta sotto la nostra persona, la maschera sociale che mostriamo al mondo.
I miti di grotte, tunnel, regni di sotto, discese agli inferi sono il palcoscenico dove l’Ombra appare. Se restiamo in superficie, la proiettiamo sugli altri; se scendiamo, dobbiamo starci faccia a faccia. Agartha, letta così, non è solo un rifugio luminoso. È anche il luogo in cui la donna della mia poesia incontra la propria Ombra e decide cosa farne.
Nella psicologia di Jung, l’Anima è l’archetipo del femminile interiore nell’uomo, mentre l’Animus rappresenta il maschile interiore nella donna. In una lettura simbolica più ampia, l’Anima può però essere intesa come la figura interiore che collega l’Io cosciente con l’inconscio e lo conduce verso il profondo.
Non è una donna in carne e ossa, ma una presenza interna che prende volto nei sogni, nei miti, nei volti delle persone, nei dipinti, nella fantasia, nei viaggi… E qui mi fermo senza un prosieguo, poiché vi sono diversi tipi di viaggi, ma non è il momento di addentrarci ancora così in profondità, non adesso perlomeno.
La donna blu di Salvo Muscarà, per me, è una di queste apparizioni.
Quando la guardo, non vedo un ritratto. Vedo l’Anima che ha trovato un volto.
Il blu di questo volto non è una decorazione pittorica. Non è il blu turistico dei cieli estivi né quello delle brochure sul mare.
In greco, “kyanos” indicava una tonalità scura, talvolta blu profondo, talvolta prossima al nero, ma anche una materia preziosa e brillante. Da questa famiglia linguistica deriva “ciano”; “cianotico”, invece, è un termine medico moderno che indica la colorazione bluastra della pelle o delle labbra dovuta a una ridotta ossigenazione del sangue.
Nel Medioevo, il blu delle Madonne era spesso ottenuto dal lapislazzuli macinato e rappresentava il colore più prezioso, il pigmento pagato a peso d’oro, riservato alla veste della Vergine.
Guardando la donna blu, sento un amalgama di emozioni fortissime e sensibili, che diventano vive e vissute:
● la pietra lontana e sacra;
● il livido trattenuto sulla pelle;
● la notte che non finisce;
● l’acqua, la memoria, la trance.
Chagall, che sento di amare nel profondo, usava il blu per sospendere la gravità: gli amanti, i villaggi, le case che fluttuano in un cielo impossibile.
Muscarà compie un gesto affine: non mette una donna “nel” mondo, dipinge una donna che porta un mondo “dentro” di sé.
La donna blu come Agartha
Quando ho scritto:
“tracciava un sentiero
fino ad Agartha
e lì viaggiava”
non sapevo ancora che, su quella tela, avrei trovato Agartha già arrivata in superficie.
La donna blu non sta cercando la città sotterranea. Lei è la città, la civiltà nascosta che decide di farsi volto.
È il femminile che è stato custodito per secoli nel sottosuolo della storia, della cultura, del linguaggio e che ora, per un istante, esplode in colore.
Non è una musa né tantomeno una santa, ma è una presenza che riesce a contenere insieme gli estremi: l’ombra e la luce, la ferita e il desiderio, la conoscenza e la rinascita, la gabbia e la libertà.
Una libertà che nessuno potrà mai eliminare, una libertà feroce, felina, famelica. Non mi importa di essere irruenta arrivata fino a qui, perché il mio è un urlo e stavolta il mio urlo, seppur appaia muto e in gabbia, è esploso.
Centri, forza sessuale e volto blu
Il lavoro di Gurdjieff sui centri mi torna addosso quando guardo questo volto.
Penso ai tre centri, intellettuale, emozionale, istintivo-motorio, che nella vita ordinaria vanno ognuno per conto suo: pensare da una parte, sentire dall’altra, agire altrove.
Penso al centro sessuale come forza più potente, spesso sprecata, dispersa in automatismi.
Agartha, per me, è anche il nome di quel punto interiore in cui la mente smette di mentire, il cuore smette di anestetizzarsi, il corpo smette di muoversi per inerzia e la forza sessuale smette di essere solo impulso e diventa energia creativa.
La donna blu è un corpo che ha attraversato questo lavoro.
Lo si vede nel blu: non è un velo, è una saturazione.
È il colore di un’energia che ha smesso di essere cieca ed è diventata presenza.
Perché la chiamo Agartha
Potrei chiamarla cerulea, glauca, cianotica, turchina e in moltissimi altri modi e sfumature e tutto ciò sarebbe tecnicamente corretto.
Tuttavia, sarebbe, per me, una bugia.
Chiamarla “blu” la ridurrebbe a un fenomeno ottico.
Chiamarla con un nome proprio la riporterebbe nell’identificazione superficiale, meccanica e dormiente.
Agartha, invece, è una parola che rappresenta un luogo senza confini, il sottosuolo psichico, il centro che Gurdjieff vorrebbe armonizzare, l’Anima che Jung vede come guida verso l’inconscio, ma soprattutto la parte di noi che ha vissuto sotto la superficie per anni e ora, per un attimo, trova un volto blu e decide, finalmente, sfrontatamente, di guardare avanti, diritto, con coraggio e con la consapevolezza di un femminino che ha deciso di mostrarsi.
Non so se questa sia l’unica Agartha possibile.
So che, per me, è abbastanza.
E che chiamarla con una sfumatura sarebbe stato troppo poco.
Valentina Giua per Etimologia Magazine, La Parola che resiste
Dipinto dell’artista Salvo Muscarà
Note
C. G. Jung, L’Io e l’inconscio, Bollati Boringhieri, 2012
P. D. Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto, Milano, Adelphi, 2018 (ediz. originale 1949). Uno dei miei libri preferiti, consiglio vivamente la lettura.
G. I. Gurdjieff, Vedute sul mondo reale. Riunioni di gruppo 1941-1946, Roma, Astrolabio, 1987
Wikipedia, Agarthi (pagina italiana), https://it.wikipedia.org/wiki/Agarthi.
Wikipedia, Alexandre Saint-Yves d’Alveydre (pagina inglese),
https://en.wikipedia.org/wiki/Alexandre_Saint-Yves_d’Alveydre.





