“adagio” mostra collettiva con i seguenti artisti: Benyamin Zolfaghari, Enrico Pierotti, Andrea Lucchesi, Lorenzo di Lucido e Andrea Astolfi

con testo di Andrea Astolfi

adagio

Testo di Andrea Astolfi

Quando i pittori si incontrano, fanno una mostra, e ricordano da dove sono venuti, quel tempo prima del tempo da cui scavarono la montagna, abbatterono i venti, mangiarono paglia bruciata. È solo all’ombra dei draghi che si può imparare a soffiare senza ustionarsi, saltare dal fosso, aleggiare.

Sono nati così i segni dei pittori, paste dei colori, le sbavature, gli arricciamenti che vedi. Ed è qui che penso alle opere di Andrea Lucchesi, al suo pennello di nuvola, dal manico instabile che dipinge alla luce del sole di Arezzo con gli occhi tremuli e avvera giardini, piante, piattini o tutto quanto tocchi lo sguardo.

Non c’è ombra, non trovo ombra nelle sue pitture, ravviso solo una potentissima alchimia di colore, che attraverso l’innesto ripetuto di piccoli segni, grumi di colore, parti di vuoto, riesce ad innescare la visione, il miracolo dell’artista: campo dei verdi vibranti, gialli decisi, rossi profondi, neri dei neri. È mosso sì, da un dio sconosciuto che gli ruba lo sguardo e rapisce la mano, non può darsi altra misura, nessun’altra.

Qui sento la materia sontuosa e un po’ scorticata di Lorenzo di Lucido, artista pennese di stanza a Milano, di cui guardo le foglie come seccate da un’altezza ostinata, ancora tremanti in quell’aria d’altura, prossime ad una nuova primavera. Pittura robusta, tonale di canto, che non lascia al tempo, che pure avanza, una parola rassicurante.

Adagio

Una pittura mastica pittura, meditabonda, che dell’avanzo fa la propria dismisura, della sapidità materiale la sua specie, rotta e precisa: glaciale. Si fa più dolce invece la pittura di Enrico Pierotti, che di tratto in tratto, segno in segno, avanza paesaggi boschivi e laghetti incantati del paesaggio marchigiano, le cui sponde ne restituiscono la luce, come è il caso dell’unica tela esposta dall’artista. A controcanto le due ceramiche di vaso, di recentissima produzione e sperimentazione, anch’esse legate alla partitura particolarissima del segno di Pierotti, che definirei quasi a “risone” (similmente all’omonima pasta), minuto e singolare, il cui sfregarsi ravvicinato dà tempra ad una superficie come di prato, dall’evanescenza fanciullesca.

C’è poi un quadro di Zolfaghari, artista iraniano, trapiantato a Roma, che mi fa pensare ad una scena nuziale, con tanto di tavola imbandita e astanti, rito propizio, fondativo, il cui segno verde scuro, su fondo marrone, ci permette l’attraversamento di un confine mediorientale mistico e concreto al contempo, di grande suggestione. Tutte e tre le opere dell’artista respirano una costruzione metamorfica e formale, unitamente ad una palette morbida di ocra, rosa, marroni, gialli, verdi, di sovraesposizione del tratto e sconfinamento perimetrale, alveari coloristici dove l’artista segna e ri-segna regni cellulari incastonati gli uni agli altri in un mosaico labirintico.

Chiudono la mostra tre miei quadri, di cui non ho molto da dire, per il semplice fatto che è cosa buona e giusta non parlarsi troppo addosso. Dirò solo che sono dei lavori composti in un tempo molto vicino, nell’anno corrente, che ho volutamente scelto, perché più ostici e austeri, stringati e stirati, come mi piace pensare la pittura quando combatte per la vita, con le unghia affilate. Nessuna asperità è il detto: adagio.