In questa nuova uscita di #EtimoloBRAINSTORMING, siamo entrati nel progetto “Buchi Bianchi: la Traduzione dell’Invisibile” di Ljdia Musso.
LA TRADUZIONE DELL’INVISIBILE: DALL’IDENTITÀ SONORA ALLA METAMORFOSI VISIVA
Un saggio critico su percezione, sinestesia e risonanza d’autore
di Ljdia Musso / Caffè Fotografici Hub Creativo
IL CONCETTO DI IDENTITÀ: RAPPRESENTAZIONE O TRADUZIONE?
Nel dibattito culturale contemporaneo, la parola identità subisce spesso una paradossale saturazione: più viene evocata, più rischia di irrigidirsi in una rappresentazione fissa, un simulacro bidimensionale. Ma cosa definisce la struttura profonda di un’identità, sia essa umana, poetica o sonora? L’identità non è un dato statico, bensì un processo fluido di vibrazione ed energia. Quando l’arte si trova a dover esplorare l’esordio di una nuova voce come nel progetto fotografico Buchi Bianchi, nato dall’unione della mia visione con l’omonimo brano musicale di debutto del musicista e artista vesuviano Lucio Cortile — la sfida della fotografia non risiede nel documentare un volto o un corpo, ma nel compiere un atto puro di traduzione.
Non ci si occupa di rappresentazione, ma di una transcodifica trans-mediale: l’estrazione di un’identità sonora (fatta di frequenze, volumi, tensioni e traiettorie emotive proprie del brano “Buchi Bianchi”) e la sua conversione in un ecosistema visivo condiviso. Come si traduce il suono in visione?
Il ponte tra queste due dimensioni apparentemente distanti è la sinestesia, l’attivazione di canali percettivi simultanei. Attraverso la lente della neuroestetica e della percezione cognitiva, sappiamo che il cervello umano non percepisce gli stimoli per compartimenti stagni. L’immagine ha la capacità di attivare scorciatoie cognitive capaci di evocare il senso dell’udito attraverso la materia visiva. Tradurre un’identità sonora significa mappare le frequenze acustiche e rintracciarne i corrispettivi plastici: una determinata distorsione armonica diventa così un taglio netto di luce; un silenzio improvviso si trasforma in una sovraesposizione accecante; una vibrazione profonda si materializza nella fluttuazione di un tessuto.


IL RITORNO ALLA LUCE: IL RIMBALZO COSMICO DI ROVELLI
Questo processo di metamorfosi trova una perfetta chiave di lettura scientifica e filosofica nelle teorie di Carlo Rovelli sui buchi bianchi. Se il buco nero rappresenta l’oscurità estrema, il collasso gravitazionale, il vuoto apparente del segno negativo, il buco bianco è il traguardo di un rimbalzo cosmico («cosmic bounce»). È il momento in cui il tempo inverte la sua corsa, la materia riemerge e l’oscurità si ribalta in una sorgente di luce purissima.
Il progetto fotografico si inserisce esattamente in questo punto di inversione termodinamica: la transformação del caos primordiale in un segno positivo, il vuoto che si face pieno. Nell’allestimento scenografico del set, questa transizione viene sviscerata attraverso l’uso esclusivo di una rigorosa scala di grigi e di una deliberata sovraesposizione. Il bianco predominante non è assenza, ma saturazione luminosa, un’esplosione di fotoni che inonda il soggetto e lo solleva dallo spazio ordinario.
La composizione visiva dialoga direttamente con la grande poesia del Novecento, muovendosi tra la vertigine dell’infinito e la sacralità della fragilità terrena. Da una parte vi è l’avvolgimento ermetico del cielo descritto da Wisława Szymborska:
“Da qui si doveva cominciare: il cielo. Finestra senza davanzale, telaio, vetri. Un’apertura e nulla più, ma spalancata. […] Il cielo mi avvolge ermeticamente e mi solleva dal basso.”
Dall’altra, la poetica della finitudine e della delicatezza invocata da Mariangela Gualtieri:
“Sii dolce con me. Sii gentile. […] È breve il tempo che resta. Poi saremo scie luminosissime. E quanta nostalgia avremo dell’umano. Come ora ne abbiamo dell’infinità. […] Una nostalgia d’imperfetto ci gonfierà i fotoni lucenti. Sii dolce con me. Maneggiami con cura. Abbi la cautela dei cristalli con me e anche con te.”
È la cautela dei cristalli applicata all’atto fotografico. In questo spazio sovraesposto, il corpo del musicista irrompe come una supernova all’interno del caos primordiale, oscillando tra la potenza dell’impatto sonoro e l’effimera fragilità del supporto visivo.
IL RETROSCENA: LO SCENARIO SU MISURA E L’ABITARE IL GIOCO
L’applicazione di queste premesse teoriche esige un protocollo operativo basato su una maniacale attenzione strutturale. Il set fotografico cessa di essere un semplice sfondo per trasformarsi in uno scenario su misura, un dispositivo relazionale cucito attorno all’identità profonda del brano musicale. Prima dello scatto, vi è lo studio analitico delle frequenze e delle strutture ritmiche.
Il set viene popolato esclusivamente da elementi semitrasparenti e materiali traslucidi. Questa scelta materica elimina ogni aggancio con la pesantezza del reale, proiettando l’immagine in una dimension di astrazione surreale e fluttuazione spaziale. Una volta allestito questo teatro di trasparenze, l’artista vi viene posto al centro non per essere diretto, ma per essere invitato al gioco (jeu).
La fotografia d’autore diventa così l’esito spontaneo di un dialogo a tre voci: l’identità del performer, la reazione fisica dei materiali alla luce e l’obiettivo che registra la metamorfosi dell’energia in tempo reale. Il vuoto del set si riempie attraverso l’azione sinergica, dimostrando che la comunicazione tra linguaggi non è un passaggio lineare di informazioni, ma un’interazione vitale in cui un codice muore per rinascere sotto un’altra forma.
NOTE BIBLIOGRAFICHE DI APPROFONDIMENTO
Per tracciare una mappatura scientifica e critica sul concetto di traduzione sinestetica, identità cognitiva e percezione visivo-sonora, si consiglia lo studio dei seguenti testi di riferimento:
- Rovelli, Carlo – Buchi Bianchi, Adelphi, Milano, 2023.
- Kandinsky, Wassily – Punto, linea, superficie. Contributo all’analisi degli elementi pittorici, Adelphi, Milano, 1968.
- Arnheim, Rudolf – Intuizione e intelletto nei processi cognitivi, in Verso una psicologia dell’arte, Einaudi, Torino, 1969.
- Anceschi, Giovanni – L’oggetto della raffigurazione, Etas Libri, Milano, 1992.
- Gualtieri, Mariangela – Le giovani parole, Einaudi, Torino, 2015.
- Szymborska, Wisława – La fine e l’inizio, Scheiwiller, Milano, 1997.
- Berlyne, D.E. – Aesthetics and Psychobiology, Appleton-Century-Crofts, New York, 1971. Ljdia Musso
Chi è Ljdia Musso?

Fotografa, visual artist ed esperta in comunicazione e marketing. Vincitrice del Tokyo International Foto Awards (TIFA), svolge attività di ricerca e co-organizzazione per festival internazionali tra cui il Med Photo Fest e il Calabria Design Festival. La sua fotografia è uno strumento intimista di lettura della realtà, un dialogo costante con l’Altro dove la realtà rilegge l’autrice e viceversa.
Le sue opere sono acquisite in collezioni prestigiose, tra cui la Fondazione OELLE Mediterraneo Antico e l’Archivio Carlo Palli. Ogni collaborazione rappresenta per lei l’occasione di abitare il mondo di un altro autore, fondendo la sensibilità della ricerca autoriale con la solidità della cultura visuale contemporanea.





