La parola che resiste di Valentina Giua
Veglia
Veglia la madre il lento colostro,
veglia la vita alla prima gemma
che sale nell’occhio cieco del mondo.
Veglia il coraggio nel vespero: verde
fiorisce in preghiera, a nutrire
un dio, come Amaltea, di latte.
Veglia la pace nei campi d’avena,
tra le reste che piegano le glume:
veglia il seme della dolce venia,
sa già di frutto e già sa di canto.
(©Veglia, Valentina Giua, inedito agosto 2026, per Etimologia Magazine)
Ho pensato a lungo alla parola veglia.
Ci penso sin da bambina, a dire il vero. Proprio io, attratta magneticamente dai sogni e da ciò che produce un sogno.
Spesso si pensa che le parole “sogno” e “veglia” siano separate e disconnesse tra loro. Eppure, nel corso degli anni — tra la me bambina, la me ragazzina, la me adolescente e la me adulta — questa costante intuizione e meraviglia mi ha portata a dubitare sempre di più, come se ci fosse qualcosa di irrisolto e inafferrabile.
Può il sogno essere una veglia? Può la veglia essere un sogno?
Tra le molte definizioni incontrate, una in particolare continua a sembrarmi la più essenziale: «Lo stato di veglia o vigilanza è la condizione preliminare all’esercizio della coscienza, contrapposta all’incoscienza tipica del sonno.»
E qui la parola stessa custodisce qualcosa che la definizione da sola non dice. Veglia viene dal latino vigilia, “il fatto di vegliare, vigilanza”, derivato a sua volta dall’aggettivo vigil. E vigil, risalendo ancora, si colloca nello stesso campo etimologico di vigēre (essere vigoroso, avere vigore, essere vivo).
Veglia e vigore appartengono così alla medesima area semantica, alla stessa energia: non significa soltanto “stare svegli”, ma restare in forza, in pieno possesso delle proprie facoltà vitali, mentre tutto intorno cede al sonno. La lingua, ancora una volta, sembra sapere prima di noi ciò che i sogni lucidi continuano a confermare: vegliare non è un’assenza di sonno, è una presenza di energia.

E sicuramente il dipinto Resurrezione, di Piero della Francesca (1463), in cui emerge il tema della veglia, simboleggiata dal Cristo vivente contrapposta alle sentinelle addormentate, offre una delle immagini più efficaci della veglia in senso cristiano .
Ma torniamo per un momento ai sogni. E torno a loro perché vi è uno stato preciso in cui si è assolutamente vigili, tanto da potersi considerare in veglia. Parlo dei sogni lucidi, in cui si è in uno stato di totale controllo e presenza di sé, a tal punto da riuscire a plasmare il sogno stesso.
La veglia non è uno stato ordinario di coscienza, sebbene venga detto il contrario. Non è sufficiente essere “svegli”, e quindi non nello stato di “sonno”, per decretare di trovarsi in uno stato di veglia.
La presenza cosciente appartiene a uno stato di luce che nel quotidiano si ravvisa di rado. E questo diventa chiaro soprattutto oggi, con i continui scrolling incontrollati in rete: video, immagini, spot, reel, post, like… Tutto diventa, misteriosamente, già consumato, già detto, già fatto. Ci si riduce ad annuire o a negare quando la persona che ci è accanto ci parla. Eppure si è svegli?
Me lo chiedo.
Diversamente, nello stato di un sogno cosiddetto lucido, la percezione di noi stessi assume un’altra valenza. Non si è più passivi recettori, ma improvvisamente diventiamo attivi, vigili. E non perché stiamo sognando, ma perché finalmente troviamo uno stato incolume dalle alterazioni del quotidiano che distraggono i nostri sensi.
All’interno di un sogno lucido siamo permeati e centrati, intenti a cogliere il senso di ciò che stiamo vivendo e sperimentando in una forma del tutto nuova, inconsueta. Allora la veglia può assumere livelli sempre più ampi e verticali dello stato di coscienza di cui siamo dotati.
È qui che il pensiero di Gurdjieff mi torna utile. Per lui l’uomo comune vive addormentato anche da sveglio: agisce, parla, reagisce, ma quasi sempre in modo meccanico, senza essere realmente presente a ciò che sta accadendo.
Ciò che chiamava “ricordo di sé” — il gesto minimo e continuo di tornare presenti a se stessi mentre si compie un’azione — è forse la definizione più esatta di veglia che conosca. Non uno stato che si raggiunge una volta per sempre, ma una vigilanza da rinnovare istante per istante, esattamente come accade nel sogno lucido: un equilibrio fragile, che basta un attimo di distrazione a spezzare.
Non stupisce che proprio il momento più alto del racconto cristiano sia costruito sullo stesso crinale.
Nell’orto del Getsemani, Cristo chiede ai suoi discepoli di restare svegli con lui — “vegliate e pregate” — mentre affronta la paura più grande. E loro si addormentano. Non una volta: tre. È forse la prima, grande cronaca del fallimento del ricordo di sé: sapere di dover vegliare non basta a restarci. È lo stesso crinale, capovolto, della Resurrezione di Piero della Francesca: lì è Cristo a vincere sulla sentinella addormentata, la veglia che finalmente tiene fino in fondo.
Arriviamo al concetto di veglia collettiva, corale, quella capace di legare una comunità, un territorio. Cosa può davvero essere in grado di tenere in veglia tutto questo?
La risposta non è semplice e neppure banale. Eppure il costrutto che le tiene insieme è il più viscerale: l’Amore.
Prima ancora, però, vi è la coscienza. Non è un caso che la parola coscienza derivi dal latino conscientia, composta da cum (“insieme”) e scire (“sapere”): significa letteralmente sapere insieme. La coscienza non è soltanto un fatto individuale, ma una forma di conoscenza che si compie nella relazione, nella presenza condivisa, nel riconoscimento reciproco. Essere in veglia significa allora non soltanto essere presenti a se stessi, ma partecipare consapevolmente a una luce che può essere custodita anche insieme agli altri.
L’Amore, e lo scrivo volutamente con una lettera maiuscola, è quella forza capace di generare questo stato di veglia reale e profondo. L’Amore introduce, nel suo senso più puro, la Luce. L’Amore è Luce; la Veglia è Luce perché è Amore. E nella tradizione cristiana della veglia, è proprio l’Amore a muovere ogni cosa.
Le Veglie di Agata, a Catania, hanno rappresentato un atto di Amore attraversato dall’arte, dal teatro, dalla musica, dalla poesia e dalla danza. L’intreccio di queste Luci ha permesso di restare davvero “svegli”, nella percezione consapevole del qui e ora, nello stato di presenza a se stessi e agli altri.
La cultura diventa così incontro e veglia perché riconduce le persone a un sapere condiviso, a una coscienza comune. Devoti e non devoti, credenti e non credenti, artisti e spettatori hanno abitato lo stesso spazio interiore, uniti non dall’uniformità, ma dalla presenza.
Forse è questo il significato più profondo della veglia: custodire una luce perché non si spenga. E ogni volta che una comunità sceglie di restare insieme intorno a quella luce, l’Amore smette di essere un’idea e diventa una presenza.
E forse ogni autentico gesto d’arte nasce proprio da qui: dal desiderio di tenere accesa quella luce, anche quando tutto invita ad addormentarsi.
Valentina Giua
Veglia, La parola che resiste, Etimologia Magazine
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