In questa nuova intervista di #EtimoloPeople, siamo entrati nel mondo di Vesuviano.

Se dovessi definire l’essenza di Carmine e quella di Vesuviano con tre aggettivi per ciascuno, quali sceglieresti? Più che una frattura tra le due identità, la tua risposta racconterebbe la storia di una metamorfosi che le ha portate a coincidere?
Ho avuto da subito chiaro che creare delle “fratture” interne sarebbe stato deleterio; per questo Vesuviano non è mai stato concepito come un alter ego, ma come un’estensione di Carmine: un “vestito” sartoriale capace di valorizzare lo spettro eterogeneo di emozioni che caratterizzano la mia interiorità e, soprattutto, di evolversi insieme a me.
Questo non significa che non esistano differenze tra le mie due forme. Carmine e Vesuviano sono entrambi ambiziosi, premurosi e responsabili, ma quando vesto i panni di Vesuviano a tutto questo si aggiunge unaparticolare sicurezza d’animo, che per me è contemporaneamente pace interiore e scudo contro il brutto della vita.
Forse la vera metamorfosi è avvenuta proprio qui: col tempo alcune caratteristiche che inizialmente riuscivo a esprimere più facilmente attraverso Vesuviano hanno iniziato a entrare sempre di più anche in Carmine. Quindi non direi che le due identità siano arrivate a coincidere, perché non sono mai state davvero separate. Direi piuttosto che Vesuviano mi ha aiutato a rendere visibili e abitabili parti di Carmine che esistevano già, ma che avevano bisogno di uno spazio per emergere.
Ti muovi quotidianamente tra il camice del medico e la veste del Capitano: in che modo la precisione clinica della cura medica influenza il tuo modo di costruire l’architettura dei tuoi brani e degli spettacoli?
Quando devi fare una diagnosi, non sempre la risposta al bisogno del paziente è lampante. Spesso ti trovi davanti a problemi per cui devi costruire un percorso che conduca a una conclusione clinicamente efficace, sapendo che la prima ipotesi non è necessariamente quella giusta.
La medicina mi ha insegnato proprio questo: a costruire percorsi mentali fatti di ideazione e distruzione. Formulo un’idea, la metto alla prova e provo quasi a sabotarla consapevolmente. Se resiste alle mie obiezioni, alle alternative e ai tentativi di smontarla, allora probabilmente sono sulla rotta giusta.
Non posso dimenticare una frase che ci dissero durante la frequentazione in Anatomia Patologica: “Non innamoratevi delle vostre diagnosi.” È un principio che ho portato completamente anche nella musica.
Cerco di non innamorarmi della prima versione di un brano, di una scenografia o di un’idea soltanto perché è mia. La interrogo, la smonto, a volte la distruggo e ricomincio. Perché credo che la precisione non significhi togliere spazio all’istinto, ma sottoporlo a una prova di resistenza.
È forse questo che il medico ha insegnato al Capitano: avere il coraggio di mettere in discussione anche ciò che ami, per capire se merita davvero di restare.
Nel progetto Vesuviano diventi “Capitano”, come trovi l’equilibrio tra l’esprimere la tua visione autoriale e il lasciare spazio creativo affinché la tua “ciurma” (i tuoi collaboratori e fratelli) possa sentirsi co-autori del percorso?
Sono convinto che un Capitano senza ciurma sia solo un Ego-Mostro.
Niente di ciò che ho fatto è stato mai veramente solo merito mio. Se sono dove sono lo devo a chi ha voluto salpare con me, isola dopo isola: dai miei fratelli ai producer, al mio manager, fino al collettivo artistico RADICIFESTIVAL, di cui sono grato di fare parte.
Al Capitano spetta la scelta della rotta, ma è nella fiducia che la ciurma ripone in quelle scelte che diventa possibile raggiungerla. Allo stesso tempo, credo che una rotta possa anche migliorare durante il viaggio: ognuno porta a bordo il proprio linguaggio, la propria sensibilità e le proprie intuizioni, e spesso sono proprio queste contaminazioni a trasformare un’idea inizialmente mia in qualcosa che sentiamo davvero nostro.
Oggi, infatti, ciò che mi emoziona di più non sono tanto i miei traguardi artistici o personali, quanto vedere crescere giorno dopo giorno le persone che fanno parte della mia rete.
Forse è questa la cosa più bella dell’essere Capitano: arrivare su un’isola e accorgersi che il vero tesoro non era conquistarla da solo, ma vedere quante persone sono cresciute durante il viaggio.
Per te il 23 è un linguaggio, non una coincidenza. Com’è cambiato nel tempo il peso di questo segnale e in che modo ha guidato la manifestazione della realtà che hai racchiuso in Arcana XXIII, Vol. 1? Quali sono i processi che hanno fatto nascere questo album?
I Il 23 per me ha smesso da tempo di essere una semplice coincidenza. All’inizio lo vivevo quasi come un segnale esterno, una conferma; col tempo è diventato invece un linguaggio personale, un invito a prestare attenzione a ciò che mi stava accadendo.
Arcana XXIII, Vol. 1 nasce proprio da questo: dal tentativo di trasformare esperienze, incontri, perdite, desideri e intuizioni in qualcosa di concreto. Per me “manifestare” non significa aspettare magicamente che qualcosa accada, ma dare forma nella realtà a qualcosa che prima esisteva solo dentro di noi.
Le canzoni non sono nate come parte di un concept già deciso: sono nate vivendo. Solo dopo ho capito cheappartenevano tutte allo stesso universo. Il 23 è diventato così il simbolo di questo processo: non prevedere la realtà, ma partecipare alla sua costruzione attraverso la musica.
Quali sono le tue principali fonti di ispirazione al di fuori del mondo musicale? Ci sono libri, film o altri artisti che hanno avuto un impatto significativo sulla tua musica?
Tra le opere che mi hanno influenzato di più ci sono sicuramente V per Vendetta, L’Alchimista, L’Isola del Tesoro e One Piece.
Sono mondi molto diversi, ma hanno tutti qualcosa che sento profondamente vicino: il viaggio, la ricerca, la libertà, la trasformazione e la costruzione di una propria identità.
Da V per Vendetta credo di aver assorbito soprattutto il potere del simbolo e l’idea che un’immagine possa diventare qualcosa di più grande della persona che la incarna. L’Alchimista mi ha lasciato invece il senso della ricerca personale, dei segnali e della capacità di trasformare il viaggio esteriore in un percorso interiore.
L’Isola del Tesoro è sicuramente una delle radici più evidenti dell’immaginario di Vesuviano: il Capitano, la ciurma, la mappa, le isole, l’orizzonte. E poi c’è One Piece, che forse più di ogni altra opera mi ha insegnato che il vero valore di un viaggio non sta soltanto nella meta, ma nelle persone che scegli di avere accanto e nel modo in cui crescete insieme.
Credo che Vesuviano sia nato anche dall’incontro di questi immaginari con la mia esperienza personale: un viaggio alla ricerca di qualcosa, in cui però il tesoro cambia continuamente forma mentre lo insegui.
Chi è Vesuviano?

Carmine Lauretta, in arte Vesuviano, è un cantautore, musicista e medico napoletano. Il suo percorso nasce dall’incontro tra formazione scientifica, ricerca artistica e una visione della musica come spazio di comunità, racconto e trasformazione.
La musica entra molto presto nella sua vita attraverso lo studio del flauto traverso, proseguito per oltre dodici anni. Negli anni successivi attraversa esperienze differenti, dalla dimensione bandistica al canto corale, facendo parte del Coro Giovanile del Teatro di San Carlo di Napoli tra il 2013 e il 2017. Nel 2018 pubblica un primo lavoro discografico con il progetto Abcordis, prima di intraprendere definitivamente il proprio percorso solista.
Nel 2020 nasce Vesuviano, progetto che affonda le proprie radici nell’identità napoletana senza trasformarla in confine. Il dialetto, la canzone d’autore, il rock, la musica popolare, l’immaginario mediterraneo e una forte componente narrativa convivono in un universo personale popolato da mare, viaggio, spiritualità, pirati, sogni e personaggi sospesi tra realtà e mito.
Nel tempo Vesuviano costruisce il proprio percorso insieme a una vera e propria “ciurma”, nella quale occupano un posto centrale anche i suoi fratelli Vincenzo e Pietro Lauretta, rispettivamente al pianoforte e alla chitarra. La dimensione collettiva rappresenta uno degli elementi fondamentali del progetto: la musica non come affermazione individuale, ma come viaggio condiviso.
In questa visione si inserisce anche l’appartenenza al collettivo artistico RADICIFESTIVAL, realtà con cui Vesuviano condivide un’idea di arte fondata sulla contaminazione, sulla collaborazione e sulla costruzione di spazi culturali capaci di mettere in relazione musica, persone e territorio. Il collettivo diventa così parte naturale della rete artistica e umana che accompagna l’evoluzione del progetto.
Dopo le prime pubblicazioni e brani come Aria e Una storia divertente, la ricerca artistica di Vesuviano si amplia progressivamente fino a trasformarsi in un progetto multidisciplinare.
Il 2026 rappresenta uno degli anni più importanti di questa evoluzione. Con Arcana XXIII, Vesuviano consolida un immaginario nel quale musica, simbolismo, teatro e arti visive si incontrano. A gennaio porta in scena Arcana Circus, spettacolo che traduce l’universo discografico in una dimensione performativa e teatrale.
Da quell’esperienza nasce successivamente L’Isola di Arcana, festival realizzato nel giugno 2026: non semplicemente un concerto, ma uno spazio condiviso tra musica, performance, artigianato, illustrazione, tattoo, discipline corporee, associazionismo e cultura indipendente. Un luogo fisico capace di rendere concreto il mondo narrativo costruito negli anni attraverso le canzoni.
Parallelamente all’attività musicale, Carmine Lauretta svolge la professione medica, un percorso apparentemente distante dall’arte ma profondamente connesso alla sua idea di cura, responsabilità e relazione umana.
Alla base di tutto rimane una convinzione: nessun viaggio importante si compie realmente da soli. Vesuviano è quindi il nome di un artista, ma sempre più anche quello di un mondo costruito insieme alle persone che hanno scelto di salire a bordo.





