In questa nuova intervista di #EtimoloPeople, siamo entrati nel mondo di altriformati.
Da cosa deriva il nome “altriformati” e in che modo definisce il vostro spazio fisico e temporale? È una resistenza contro l’effimero o un tentativo di dare una nuova forma alla memoria?
altriformati – come ci piace ripetere, tutto minuscolo e tutto attaccato – come tutti i nomi non si è scelto, si è imposto. Ci dedichiamo principalmente al cinema sperimentale, anche detto di ricerca, che storicamente e anche oggi ha sempre guardato, appunto, agli altri formati, quelli che differiscono dal 35mm, il cosiddetto formato standard, per lavorare con il 16mm o il Super8. Anche quando però ci rivolgiamo al digitale, o ad altre forme d’arte, come la fotografia, abbiamo sempre un’attitudine a prediligere ciò che si situa al margine, quanto è non conforme o sull’orlo del visibile.
Ecco, se non cerchiamo di opporci all’effimero, cerchiamo di guardare e mostrare ogni cosa che pensiamo meriti di essere vista prima che giunga sera, prima che chiuda il giorno.

Da cosa nasce “altriformati”? In un mercato saturo di contenuti, qual è il senso profondo del vostro lavoro di curatela?
Il senso è dato dal fatto che quanto tentiamo di proporre – nella programmazione, nelle pubblicazioni, nei laboratori, nelle mostre etc. – è qualcosa che per noi vale, o meglio, con una parola semplice e fuori moda: è bello. Bello quindi necessario e quindi vivo. E lo proponiamo perché, tendenzialmente, se non lo facciamo noi, almeno nel nostro contesto, difficilmente lo fa qualcun’altro.
Lavoriamo perciò cercando di rivelare le qualità intrinseche di ogni opera e artista secondo le proprietà specifiche della sua forma d’arte; questo significa, in breve, che ogni cosa ha una sua specificità da affrontare che comprende tanto le qualità da esaltare che bisogni da rispettare. Noi ci proviamo, cercando di applicarci con attenzione e facendo sì che ogni proposta sia per noi un momento di sperimentazione e di studio.

Quanto la vitalità di un progetto come il vostro dipende dal dialogo attivo con il pubblico e quanto dalla coerenza di una visione autoriale? Come bilanciate queste due modalità?
Forse la risposta più sincera è che non le bilanciamo. O meglio, noi stessi siamo anche pubblico in altre occasioni, e quando siamo dall’altra parte pretendiamo che non ci siano compromessi. In questi giorni, è ancora più presente che mai un passaggio dai diari di Angela Ricci Lucchi, che con Yervant Gianikian ha formato una delle coppie più importanti del cinema a cui guardiamo, in cui racconta del loro viaggio negli USA e dice: la proiezione è andata molto bene, c’erano 30 persone.
Ecco, non sappiamo avere un pubblico ampio per la nostra proposta, ma cerchiamo che il pubblico che abbiamo in ogni occasione ci faccia dire che la proiezione sia andata bene, e questo si vede dall’attenzione che c’è nel nostro pubblico e se quanto proponiamo è percepito come qualcosa di vivo o necessario.
Come conciliate la necessità di mantenere una visione artistica sperimentale con le dinamiche pratiche e produttive necessarie per sostenere una realtà indipendente?
Sono i limiti e le condizioni che dettano i confini, ma è proprio la ricerca curatoriale, artistica e sperimentale che sono i vettori attraverso cui possiamo piegare il campo. Tuttavia, poi quasi tutto dipende dalle persone che si incontrano: gli artisti con cui abbiamo lavorato, le persone con cui si collabora, le persone che sono passate e chi oggi fa parte di altriformati è quanto permette che tutto avvenga. Ciò non toglie che alla fine i no possono essere più dei sì, che quanto si realizza è meno di quello che si vorrebbe fare, ma questo vale non solo per altriformati.

Quali sono le vostre principali fonti di ispirazione? Ci sono libri, film o artisti che hanno avuto un impatto significativo nella strutturazione del vostro immaginario?
Un riferimento è certamente Film Culture, la rivista emblema del New American Cinema fondata da Jonas Mekas. O almeno lo è per quanto abbiamo iniziato ora a fare con Monastero dei folli, la rivista lanciata poche settimane fa. Abbiamo deciso di raccogliere scritti, pensieri e immagini curati da noi in una pubblicazione a cadenza semestrale. Possiamo dire che è nelle sue pagine dove si può trovare quanto forma il nostro immaginario. Quindi, più che fare un elenco ora, preferiamo che sia quanto presenteremo nei numeri del Monastero dei folli a essere la risposta, per un immaginario ancora in divenire.
Chi è altriformati?
altriformati è un gruppo curatoriale fondato a Venezia che dal 2022 rivolge la sua attenzione alla cinematografia sperimentale e alle arti visive. Intende la curatela come affinamento estetico, definizione di senso e metodo di studio. Parte integrante della propria ricerca sono pubblicazioni ed ephemera, tra cui il “Monastero dei folli”.






