Anábasis (ἀνάβασις) La strada verso l’alto passa anche dal fondo / La parola che resiste di Valentina Giua

ANABASI
La strada verso l’alto passa anche dal fondo
Come si resta nudi davvero?
Può un’anima essere libera e nuda?
Come si riesce, mi domando, a liberarsi di tutti i dogmi sociali, di tutti i pensieri, del vocìo interminabile della mente, ma soprattutto del vocìo di chi ti circonda?
È facile puntare un dito.
Mai come in questo preciso momento storico l’anima è sotto attacco.
L’anima può assumere tante forme.
Un’anima con gonna fucsia e strascico, gambe toniche e tacco viola vertiginoso, ad esempio.
Il busto e il suo volto? Tronco e rami. È tutto ciò che serve. Nient’altro. Un tronco ha le sue radici e i rami, rivolti al cielo, sono alla ricerca della propria luce.
Il volto è stato sostituito da una forma che non guarda: cresce, si ramifica, resiste al tempo che scorre.
L’anima si trova lì e l’acqua è il suo elemento, insieme alla terra e all’aria. Il fuoco è nelle viscere, non si vede, ma la forza la si sente partire sempre dal basso, dal coraggio e dalla suprema Volontà di chi sa che dovrà compiere una grande opera.
L’anima si trascina e porta elementi con sé, in uno stato ancora incerto, seppure nel fondo trovi una direzione verticale.
Perché ho scelto questa immagine per “La parola che resiste” di settembre?
Lo spiegherò esattamente a partire dalla parola che ne rappresenta al meglio il concetto.
Anabasi deriva dal greco antico anábasis (ἀνάβασις), “salita”, “ascesa”, “movimento verso l’alto”. Il termine deriva dal verbo anabaínō (ἀναβαίνω), che significa “salire”, composto da aná (ἀνά), “su”, “verso l’alto”, e baínō (βαίνω), “andare”, “avanzare”.
Nella storia, però, l’anabasi può diventare anche un andare verso l’interno: un movimento che non è soltanto geografico, ma umano.

L’Anabasi di Ciro, impossibile non citarla, è la più celebre opera dello storiografo greco Senofonte. Risalente al IV secolo a.C., il testo narra del tentativo di Ciro il Giovane di impossessarsi del trono di Persia, impresa nella quale coinvolge circa diecimila mercenari greci. Ciro morirà nella battaglia di Cunassa e, dopo la sua morte, per i Greci inizierà una lunga e difficile marcia di ritorno.
È proprio questa parte del racconto ad assumere una forza particolare: il viaggio diventa metafora di coraggio, di ricerca di una direzione quando quella originaria è stata perduta, di un’ascesa che nasce da una condizione di difficoltà.
In questo modo il racconto storico diviene metafora filosofica per indicare l’ascesa a partire da paradigmi differenti, come quello spirituale e quello fisico.
Prima di ogni ascesa c’è una discesa che non sempre scegliamo.
La chiamavano catabasi: il cammino verso il basso (katá = giù, e básis = cammino, passo).
Nella letteratura e nel mito può indicare il viaggio nell’Ade, la discesa agli Inferi. Orfeo, Ulisse, Enea: per tornare alla luce devono attraversare ciò che sta sotto la superficie.
Forse è per questo che l’anima non può essere liberata soltanto salendo.
Deve prima avere il coraggio di scendere.
Questo percorso l’ho inteso nel senso più intimo possibile, un viaggio per scrutare, analizzare, provare, cercare e risalire, e ancora ascendere.
Da tanti anni chiamo tutto ciò “ambula ab intra”, un motto ermetico e alchemico che significa “cammina dentro”, “cammina dentro te stesso”: il viaggio all’interno del proprio sé, necessario in ogni fase della vita.
Che sia acqua, fuoco, terra o aria, ogni singolo elemento può trasmutare nel successivo fino a trovare l’equilibrio perfetto, tale da permetterne l’ascesa.
Mi viene in mente la Divina Commedia di Dante, un perfetto esempio di catabasi e anabasi. Un viaggio che, per essere compiuto, necessita di una discesa prima ancora che di una risalita. E tutto l’esoterismo di cui è intrisa la Divina Commedia, attraverso il suo accurato studio, permette di accedere persino a una parte meditativa che sembra scoperchiare e stravolgere la gretta psiche abitudinaria terrestre.
Quante sono le nostre catabasi?
Una perdita.
Un fallimento.
Un lutto.
Una crisi.
Un cambiamento.
Una città che non riconosciamo più.
Un’identità che non ci basta più.
Scendiamo. Facciamolo: scendiamo ancora, un po’ di più, e aggrappiamoci alla paura, sì, proprio a lei. Senza paura non sapremo di essere “scesi” abbastanza da sentire le scintille del cambiamento.
E poi, qualche volta, cominciamo un’anabasi.
Non torniamo necessariamente quelli di prima.
Torniamo diversi.
Necessitiamo di essere scossi.
Ripeto, l’anima è sotto attacco.
È già settembre, agosto appena terminato, eppure restiamo volentieri con le gambe dentro l’acqua… per certi aspetti salvifica, ma per altri, se stagna, può diventare mortale. E giacché i rami sono ancora spogli, liberiamo le gambe con tutti i tacchi, iniziamo a camminare, con il nostro bel tronco, sulla terraferma e annusiamo l’aria perché la pioggia, miei cari, sta per arrivare.
Voglio vedervi pronti a germogliare.
Osservate!
“Thálatta! Thálatta!”
(Il mare! Il mare!)
Valentina Giua
Anabasi, La parola che resiste, Etimologia Magazine
© 2026 Valentina Giua. Tutti i diritti riservati.
(Disegno realizzato dall’artista e biologo Fabio Privitera)
(Brano in cuffia: Blanco White – Colder Heavens – Yucatan Session)






