Patrizia Cavalli – Vita Meravigliosa (2020) / Pagina 6
lo guardo il cielo, il cielo che tu guardi
ma io non vedo quello che tu vedi.
Le stelle se ne stanno dove sono,
per me luci confuse senza nome,
per te costellazioni nominate
prima che il sonno scioglierà il tuo ordine.
Ah, sognami senza ordine e dimentica
i tanti nomi, fammi stella unica:
non voglio un nome ma stellarti gli occhi,
esserti firmamento e vista chiusa,
oltre le palpebre, splenderti nel buio
tua meraviglia e mia, immaginata.
Sentirci unici, riuscire a dar trasparire la mostra essenza a qualcun altro all’in fuori di noi. Desiderare che l’altro ci veda nel modo in cui noi stessi guardiamo il mondo.
È in questa poesia che Patrizia Cavalli ci racconta di un amore intimo e assoluto, che supera la distanza tra due sguardi e due mondi interiori. Si rivolge a una persona con cui condivide lo stesso cielo, ma non la stessa visione delle stelle: ciò che per l’altro è un ordine razionale e nominato (le costellazioni), per lei è qualcosa di confuso, privo di nome, emotivo.
È questa differenza di percezione la spaccatura che sottolinea in modo sostanziale la distanza emotiva o percettiva tra due persone che, pur guardando lo stesso cielo, lo interpretano in modo diverso. È una metafora potente dell’incomunicabilità o della differenza interiore. Emerge il desiderio dell’essere unici, perché la poetessa non vuole essere etichettata o riconosciuta per ciò che è secondo gli schemi dell’altro, ma desidera brillare nell’immaginazione e nella percezione più profonda di chi ama.
L’amore desiderato è qualcosa che va oltre il visibile, è una presenza interiore, onirica. È l’idea di essere parte dei sogni dell’altro, un firmamento interiore che splende anche quando gli occhi sono chiusi. È così che la poesia diventa un’esperienza visiva e affettiva profonda, immaginata si, ma totalizzante.





