Cesare Pavese – Pag 179 “Profumi” 5 agosto 1927 dal Capitolo Rinascita – Poesie (1923-1930)
Quando ci manca qualcosa, ci sentiamo come se ci fosse un pezzo mancante dentro di noi; assume la forma di una sagoma trasparente i cui bordi sono difficili da decifrare. Eppure basta un attimo, un piccolo stimolo, un simbolo, una familiarità e riemerge tutto come un onda travolgente.

“Profumi” è una poesia intensa e carica di dettagli, che fa quasi da ponte a questa sensazione. Gli occhi del poeta diventano quasi un binocolo nel tempo, attraverso il quale ripercorre memorie velate di gioie già vissute. Pavese attinge alla sua memoria sensoriale. Si immerge in un momento dove, passeggiando, profumi e odori rievocano in lui i ricordi di una vita passata, una nostalgia per la sua terra, della campagna, delle stagioni. Parla di come abbiano il potere di risvegliare ricordi lontani, spesso legati all’infanzia e alla giovinezza. Immagini e odori familiari evocano un passato semplice e autentico, fatto di esperienze contadine, di natura e di casa.
Li descrivere come una strada diretta all’accesso all’anima e alla memoria, più efficace delle parole o di una foto. Il contatto con i profumi diventa così un momento quasi sacro, in cui il poeta si riconnette con se stesso e con la propria identità.
Profumi – Cesare Pavese
Sovente mi fermo davanti alle vetrine
dei profumieri. E tutti quei colori
disposti in nitide boccette
ornate di bei nastrini,
tra i piumini, le ciprie, gli specchi
e i piccoli strumenti fragili
lucidi lucidi
che passeranno per tenui mani feminee
e pare che nell’attesa ne abbian già assunto l’esilità e la
forma di sogno,
i deliziosi ovali delle saponette,
gli spruzzetti, le reticelle,
ma soprattutto i profumi, i bei profumi gettati
in un ordine strano
sulle scansie di cristallo
dove fondono diafani i colori più belli,
sopratutti i profumi mi prendono l’anima
e costringono gli occhi,
i miei occhi incapaci d’estraneo rozzo,
a fissarsi sospesi
sul prodigio fatto di mille minuscole meraviglie
ed allora un pensiero mi riempie la mente:
pensiero che nessuna fiorita terrestre, vivente nel sole,
palpitante o agitata dal vento
o umida sotto il cielo;
odorante un suo odore sano e selvaggio;
e non le più belle mescolanze di fiori
accordate da mani leggere,
da cui pure s’esalano stordimenti di profumo:
nulla nulla che abbia nome natura,
stagioni, doni strappati dall’uomo alla terra,
nulla mi può valere il giardino agghiacciato
nitido, immobile sotto i cristalli,
dove le offerte più meravigliose delle stagioni,
i colori e i profumi,
sono raccolte divinamente in piccoli vetri
e han la forma del sogno femineo:
un’esilità trasparente,
quasi purezza cristallina,
che talvolta canta una sua nota leggera, indicibilmente
serena,
ma talaltra, compresa
di un’intensa anima verde,
o cupa, disperata,
s’esala d’intorno
in stanchezze di decadenza,
in labirinti di depravazione,
in tonfi di morte.
E d’accanto mi passano femmine
dall’abito breve sul corpo,
rivelante ogni forma,
talune nel viso e nel corpo tutte impregnate
e travagliate, consunte
terribilmente, senza più scampo,
dai piccoli oggetti di sogno
immobili dietro il grande cristallo;
altre, tutte freschezza,
come se il loro corpo, la loro vita
non fosse che un pieno ininterrotto e inebriante canto
e tutte, di questa forma e diverse,
e infinite non mai conosciute,
creando un altro meraviglioso giardino
vasto quanto la terra,
di cui questo di cristallo non è se non l’immagine superba
raccolta in breve spazio, profumo in una boccetta.
E con le stelle nel cielo,
l’altissimo giardino intessuto di ombre e di luce,
tanto semplice che fa battere le mani ai bambini,
tanto tremendo che fa rabbrividire i santi,
essi formano il mio grande giardino della vita,
dove soffro e gioisco ininterrottamente
e, dolorando per dare qualche canto ai miei fiori
attendo la morte, l’ultimo canto, il più bello.
Ed è per questo che avviene che mi fermo
davanti alle fantastiche vetrine dei profumieri.
Cesare Pavese [5 agosto 1927]






