Massa Critica | NUMERO 01

Protocolli di attivazione per opere invisibili

Di Sara Fosco

Data: Giugno 2026 Focus: Gibellina  – Valle del Belice, Sicilia, Italia.

Il numero 01 di questa rubrica non poteva trovare sincronicità più radicale: debutta nell’anno in cui Gibellina è Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. L’occasione ideale per testare sul campo la teoria estetica presentata in  Massa Critica 00. Scegliamo quindi come laboratorio una città che ha fatto dell’assenza la propria identità e del vuoto il proprio materiale da costruzione. Benvenuti in questa reazione a catena. 

LA VOCE SOSPESA

Andammo a Gibellina con l’architetto Zanmatti, il quale era stato incaricato dal sindaco di occuparsi della cosa. Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito… andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Una stradina tortuosa, bruciata dal sole, si snoda verso l’interno del trapanese fino a condurci, dopo chilometri di desolata assenza umana, ad un cumulo di ruderi… Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere… e subito mi venne l’idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resto – perenne ricordo- di quest’avvenimentoAlberto Burri, 1981

RENATO GUTTUSO, La notte di Gibellina, 1970
China e acquerello su carta
Museo Civico di Gibellina (TP)
Foto Valentina Saluto

L’ORIZZONTE DEGLI EVENTI (Ricostruzione delle dinamiche di sparizione)

Tre anni dopo comincia la fondazione ex-novo di Gibellina Nuova, localizzata a circa 18 chilometri dal centro originario. È qui che il primo sindaco, Ludovico Corrao, intuisce che il vuoto non può essere colmato dalla semplice edilizia e nel 1970 lancia un appello alla solidarietà degli artisti contemporanei grazie al cui contributo la città si sviluppa come un museo en plein air, ridefinendo l’urbanistica attraverso il segno dell’avanguardia artistica. 

RENATO GUTTUSO, Rovine di Gibellina, 1970
Olio su tela
Archivio Museo Civico di Gibellina (TP)
Foto Valentina Saluto
3) Il Grande Cretto

Nel 1981 anche Alberto Burri risponde all’appello. Decide di concentrarsi sulle macerie di Gibellina Vecchia,  dando vita al Grande Cretto, una monumentale opera di Land Art che inizia nel 1985 per terminare solamente nel 2015, vent’anni dopo la morte di Burri.

Il Grande Cretto rappresenta l’espansione monumentale e territoriale di una ricerca linguistica che Burri, l’artista della materia ferita, perseguiva sin dagli anni Cinquanta. Nella serie dei Bianchi (1952–1957) è già possibile rintracciare le prime, controllate screpolature della superficie. Tuttavia, è tra la fine degli anni Sessanta e il corso degli anni Settanta che il motivo del Cretto si impone come fulcro assoluto della sua produzione. Per generare queste fessurazioni, Burri mise a punto un impasto di sua invenzione che definì acrovilinico: un composto fluido a base di colle viniliche, caolino, colle e tempere acriliche, steso su supporti rigidi come cellotex, compensato o alluminio. La crettatura non era disegnata, ma scaturiva dal processo termodinamico naturale dell’essiccazione, dove il ritiro del materiale spaccava la superficie secondo linee imprevedibili ma governate dal dosaggio chimico. Questa poetica della fragilità dello spazio trovò una prima scala monumentale tra il 1976 e il 1978 con i celebri Neri Cretti (15×5 metri), realizzati rispettivamente per il Franklin D. Murphy Sculpture Garden dell’Università di Los Angeles e per il Museo di Capodimonte a Napoli.

Il Grande Cretto di Antonio Burri – Sara Fosco

RADIAZIONE DI HAWKING: La portata dell’influenza sul presente

Se l’orizzonte degli eventi ha inghiottito la città vecchia, il Grande Cretto, ma anche l’impianto di Gibellina Nuova non sono corpi morti: emettono una costante energia culturale residuale, una Radiazione di Hawking che colpisce il nostro presente. 

Ne è prova la celebrazione di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. Traguardo internazionale che supera l’avvenuta ricostruzione urbanistica o economica — dinamica che, come abbiamo visto, ha sofferto di profondi distacchi sociali. Al contrario, il 2026 consacra la persistenza del trauma attraverso il linguaggio artistico. La radiazione estetica di Gibellina dimostra che l’unico modo per elaborare la catastrofe è renderla intellegibile attraverso l’astrazione concettuale. 

PROTOCOLLO DI ATTIVAZIONE

La radiazione agisce modificando la nostra percezione spaziale. Per comprendere come l’opera di Burri abbia modificato il presente applichiamo un protocollo di attivazione che si fonda sulla teoria dello spazio vissuto di Maurice Merleau-Ponty (l’esperienza del corpo è l’unità di misura dello spazio), può aiutare operare sul nostro apparato sensorio con un esperimento di visualizzazione:

Chiudi gli occhi e immagina una stanza a te cara, una stanza densa di vissuto. Visualizza mentalmente ogni singolo oggetto: la curvatura di una sedia, lo spessore del tavolo, il volume d’aria. Ora, immagina di colare del gesso liquido all’interno di quella stanza fino a saturarla completamente. Una volta solidificato il blocco, immagina di rimuovere le pareti, le porte e i mobili. Cosa rimane? Rimane un blocco solido di gesso interrotto unicamente dai vuoti, dalle impronte geometriche lasciate dagli oggetti che prima occupavano lo spazio.

Questo è il Grande Cretto: il calco in negativo di una civiltà scomparsa. La sua radiazione sul presente risiede esattamente in questo cortocircuito fenomenologico: il cemento bianco che calpestiamo oggi è la sua ingombrante presenza fisica (o), ma la pressione invisibile che quel cemento esercita sulla vita rimasta schiacciata al di sotto è la vera opera d’arte, la sua densissima presenza residua (δ).

Nel 2026, mentre Gibellina vive la sua consacrazione a Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea questa pressione si fa cronaca viva. L’operazione di Burri squarcia la retorica e ci consegna una domanda fisica, intima e politica: quanto pesa oggi, per noi, questo vuoto?

L’ARCHIVIO ESSENZIALE