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Almanacco YAG

La mostra rappresenta il primo momento espositivo di questo percorso e porta negli spazi di  YAG/garage una selezione delle ricerche emerse attraverso il bando nazionale 2025. 

L’esposizione propone una visione collettiva della ricerca artistica emergente, mettendo in relazione  pratiche, linguaggi e sensibilità differenti. I contributi individuali generano connessioni, contrasti e  risonanze senza essere ricondotti a una narrazione univoca. Il Foglio di Almanacco diventa così non  soltanto uno strumento di autorappresentazione, ma anche un dispositivo attraverso cui restituire una  lettura aperta e necessariamente parziale della giovane scena artistica italiana. 

Almanacco YAG

In mostra, ciascun artista presenta il proprio Foglio di Almanacco, accompagnato da opere  rappresentative del proprio percorso, offrendo al pubblico la possibilità di approfondire le singole  ricerche e le relazioni che si generano tra esse. 

Ai tre artisti sarà dedicato un ulteriore momento di approfondimento attraverso uno studio visit con  copertura streaming e la realizzazione di un testo critico a cura del rispettivo curatore territoriale di  riferimento.

Almanacco YAG
Almanacco YAG

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GIOELE PROVENZANO | TESTO DI FRANCESCO POZZI 

Gioele Provenzano: tra paesaggio, consumo e ricerca interiore 

La ricerca di Gioele Provenzano nasce da un rapporto diretto con il viaggio e con l’osservazione del  paesaggio, inteso come luogo di esperienza e di crescita personale, interiore. Il viaggio è un mezzo,  strumento attraverso cui l’artista osserva il mondo e mette in discussione il proprio modo di abitarlo.  Da questa esperienza prende forma una ricerca che si muove tra pittura, scultura e installazione e che  progressivamente si concentra sulle contraddizioni tra uomo e ambiente, natura e consumo, tra ciò che  viene considerato prezioso e ciò che invece viene scartato.  

Elemento cardine della sua pratica risiede nella raccolta di materiali di recupero, trovati per strada, nei  boschi, sulle spiagge o durante i suoi viaggi. Plastica, vetro, tessuti, bambù, rifiuti e materiali organici  vengono sottratti al loro contesto originario per poi essere reinseriti all’interno dell’opera. Il gesto di  raccogliere assume così un significato che supera il semplice recupero, ciò che normalmente viene  ignorato o abbandonato acquista una nuova centralità. L’artista crea dei cortocircuiti visivi, nei quali il  rifiuto è convertito in materia estetica e la bellezza si trova a convivere con il degrado. 

Questa tensione emerge in modo evidente in un progetto sviluppato durante un viaggio nel Sud-est  asiatico. I mesi trascorsi tra Vietnam, Cambogia e Thailandia diventano un’esperienza immersiva  tramite cui Provenzano entra in contatto con un paesaggio in cui la natura apparentemente  incontaminata convive con le tracce del consumo globale. La raccolta di frutti locali, rifiuti e bambù,  successivamente inglobati in sculture realizzate con resina vegetale, produce una trasformazione  significativa. Elementi naturali e materiali di scarto vengono conservati come reliquie di un presente  destinato a lasciare una traccia. L’opera si fa sì memoria ma anche denuncia, poiché rende visibile  l’impronta dell’uomo attraverso ciò che normalmente viene eliminato dalla vista. La plastica assume  un ruolo particolarmente interessante all’interno di questa ricerca. Il suo utilizzo crea infatti un  cortocircuito concettuale: da materiale associato all’eccesso, alla produzione industriale e alla  diNicoltà di smaltimento viene trasformato in elemento artistico e, quindi, nuovamente valorizzato. Si è  dunque costretti a confrontarsi con una contraddizione. 

Altro aspetto fondamentale della ricerca di Provenzano riguarda il paesaggio come esperienza di  trasformazione personale. Il trekking sull’Himalaya, il Cammino di Santiago e il contatto con ambienti  naturali divengono occasioni per riflettere sul rapporto tra natura e benessere psicologico. Il paesaggio  si erige a potenziale forma di cura, in quanto luogo capace di interrompere la velocità e la pressione  della quotidianità. Ma anche in questo caso l’esperienza della bellezza non è mai completamente  separata dalla consapevolezza della crisi ambientale. Alle montagne maestose si contrappongono città  soNocate dallo smog e fiumi attraversati dai rifiuti. La natura appare al contempo come rifugio e come 

spazio minacciato. Questa ambivalenza viene tradotta attraverso materiali capaci di reagire alla luce,  come vetri, plastiche e tessuti iridescenti. Le superfici cambiano aspetto, riflettono, nascondono e  rivelano, suggerendo un paesaggio instabile e fragile.  

La fragilità, d’altronde, si rivela tema ricorrente nell’intera produzione dell’artista veneto. In una  performance che consiste in una caduta in skate su una lastra di vetro dipinta, il fallimento si eleva a  elemento necessario del processo creativo. La rottura dell’equilibrio e la frantumazione della superficie  rappresentano il momento in cui le aspettative vengono meno, in un delicato equilibrio tra tentativo di  controllo e fragilità.  

In questo senso, la ricerca di Provenzano non può e non deve essere letta esclusivamente come una  riflessione ecologica. La questione ambientale diventa parte di una domanda più ampia sul modo in cui  l’essere umano vive, consuma e cerca di sentirsi appagato. Il viaggio, la natura, il rifiuto e il fallimento  divengono strumenti per mettere in discussione l’idea di progresso e la necessità contemporanea di  accumulare continuamente. Accumulare quanto più possibile. Di fronte a una società che protegge il  superfluo e spesso dimentica l’essenziale, l’artista propone un processo inverso. Rallentare, osservare,  raccogliere e attribuire nuovamente valore a ciò che è stato scartato. La sua indagine, in definitiva,  muove proprio dalla sottrazione di tutto ciò che la contemporaneità ha imposto come necessario e si  materializza con lavori che evocano fortemente le tematiche che l’artista ritiene cruciali per delineare  un ritratto esaustivo del nostro sfaccettato presente. 

Francesco Pozzi 


LUCA LEIDI | TESTO DI LISA PARRA  

Al di là dell’ultimo volo delle polveri 

La ricerca visiva di Luca Leidi si configura come uno scavo archeologico e semiotico, un’indagine  profonda che elegge la materia a custode del tempo e della memoria.  

Vincitore della sezione Centro Italia per l’Almanacco YAG 2026, l’artista – formatosi all’Accademia di  Belle Arti di Firenze – si muove con rigore analitico tra la fluidità del segno grafico, la solidità della pietra,  la precisione della parola e la manipolazione della carta. Al centro del lavoro di Leidi risiede una  fascinazione geometrica e poetica per l’elemento naturale, in particolare per la montagna, per la roccia 

e per le polveri che la compongono. La pietra non è intesa come semplice supporto inerte, ma come  corpo vivo capace di accogliere e trattenere la traccia. Attraverso una pratica che unisce pittura,  incisione e installazione plastica, l’artista agisce sulla superficie imprimendovi un alfabeto personale.  Il segno grafico diventa così un prolungamento del pensiero, un gesto inciso che dialoga con le venature  e le fratture storiche della materia. Questo legame viscerale con la terra si intreccia indissolubilmente  fino ai risultati su carta. Leidi non si limita a rappresentare, ma interroga la radice del linguaggio,  arrivando a plasmare e a frammentare la roccia. 

Nell’opera di Luca Leidi, il “Foglio di Almanacco” diventa quindi una mappa concettuale e temporale. Il  suo lavoro ci ricorda che fare arte significa oggi rintracciare l’essenziale, togliere piuttosto che  aggiungere: unire l’etimologia del pensiero umano alla geologia del mondo, dimostrando che ogni segno  lasciato sulla pietra o sulla carta è, in fondo, un tentativo di abitare il tempo. 

“Un caos un attimo prima di fermarsi” è l’emblematico titolo che rivela come l’estetica del limite nella  ricerca di Luca Leidi si configura come un’indagine profonda e poetica sulla precarietà della forma e  sulla memoria dei materiali. L’artista straccia, seziona e ricompone lo spazio visivo attraverso una  pratica in cui l’instabilità si struttura e il disordine trova un suo rigoroso equilibrio. Un equilibrio che,  come suggerisce lo stesso artista, non è mai statico, ma somiglia a un caos sospeso un attimo prima di  disfarsi. All’interno di questo specifico progetto, l’artista mette in scena una vera e propria mappatura  temporale e materica. Attraverso opere emblematiche come In Tonalità Maggiore, In Tonalità Minore e  le declinazioni della Serie dei Paradossi, Leidi scardina la bidimensionalità del supporto. I confini della  carta si frammentano, si spezzano in linee geometriche asimmetriche e spigolose, evocando la  solennità ferita dei paesaggi rocciosi o dei reperti emersi dal tempo. La forza espressiva del lavoro  risiede nell’interazione chimica e fisica tra elementi apparentemente eSimeri e polveri pesanti. Polvere  di carbonio, grafite pura, polvere di ardesia e di vite non vengono utilizzate come semplici pigmenti, ma  agiscono come forze vive sul campo bianco della carta avorio o della carta giapponese. A queste si  aggiungono la durezza dei segni in ferro ossidato, la delicatezza degli inserti di carta fotografica e le  calibrate intrusioni cromatiche dell’inchiostro rosso o del cadmio chiaro, che squarciano le tonalità  neutre e gessose delle composizioni. Anche l’uso sperimentale di materiali industriali o di scarto, come  l’olio esausto di motore che dà vita alle viscerali stratificazioni di Topografia nera e Topografia bianca,  testimonia la volontà di indagare la traccia come deposito del tempo. In lavori come Frammenti di  quiete o Impronta di Chronos, l’atto del frammentare e del ricomporre (spesso in moduli a più pezzi)  non è un gesto di distruzione, ma un tentativo di abitare il limite. In mostra accompagnano l’opera  principale, i lavori intitolati Fuori Asse e Punto Zero, dove all’interno di sezioni di materia viva si possono  inquadrare dei collegamenti o dei percorsi che scardinano la monocromia delle superfici. 

Luca Leidi dimostra che l’opera d’arte è un territorio di infinite possibilità, un ecosistema in cui il gesto  impresso incontra la gravità e la volatilità della polvere. Il suo “Foglio di Almanacco” diventa così il  manifesto di un’archeologia del presente, capace di congelare la tensione del caos e restituircela sotto 

forma di una silenziosa, monumentale armonia, un’impronta eterna che vibra al di là dell’ultimo volo delle polveri. 

Lisa Parra 


MARIA NEVE VALLONE | TESTO DI MAURO MAURIZIO PALUMBO 

Oltre la Soglia del Tempo: La Geografia Intima di Maria Neve Vallone 

In un tempo contraddistinto dalla velocità delle immagini e dalla frammentazione dell’esperienza, la  ricerca di Maria Neve Vallone si impone come una pratica di resistenza poetica, un ritorno consapevole  all’ascolto profondo e alla sospensione temporale. Originaria di Zungri, in provincia di Vibo Valentia e  formatasi presso l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, la giovanissima artista costruisce un corpus di  opere che non si limita a rappresentare il paesaggio, ma lo incarna, trasformando la materia pittorica in  una vera e propria estensione della memoria aCettiva. 

Il lavoro di Vallone si radica nei luoghi della sua infanzia e della sua formazione: i sentieri impervi, i vicoli  ricchi di storia, i boschi silenziosi del territorio calabrese. Tuttavia, la sua non è mai una narrazione  nostalgica o idilliaca. Il paesaggio, per l’artista, è un corpo vivo, un archivio di gesti, presenze e assenze.  La terra stessa abbandona la sua funzione meramente contemplativa per farsi pigmento, superficie,  sostanza fisica e fonte primaria di narrazione visiva. Attraverso l’uso stratificato della materia, ogni tela  diventa una soglia tattile in cui la memoria individuale sfocia in una dimensione universale. 

Al centro di questo processo risiede la riflessione sull’identità e sul corpo, intesi come entità permeabili  e costantemente modellate dal contesto che le circonda. Il silenzio e la noia non sono intesi da Vallone  come vuoti da colmare, bensì come spazi fertili di gestazione ideativa, condizioni necessarie per far  affiorare ciò che solitamente resta sommerso dal rumore quotidiano. La pittura si fa così atto di ascolto  emotivo, un frammento autobiografico in cui il tempo sembra riavvolgersi per permettere a chi guarda  di ritrovare una connessione autentica con l’origine. 

In questo contesto si inserisce la partecipazione dell’artista al progetto Almanacco, dove il suo lavoro  sottolinea non solo il valore della ricerca individuale, ma riflette l’esigenza di un dialogo corale e  territoriale più ampio, capace di far risuonare la sua geografia intima al di fuori dei confini d’origine e di  intercettare le sensibilità altrui. 

La ricerca di Maria Neve Vallone ci invita a ripercorrere a ritroso i nostri stessi sentieri, a fermarci di  fronte all’opera d’arte e viverla come strumento di riscoperta della singolare potenza evocativa del  silenzio e a riconoscere in qualsiasi contesto ambientale il luogo primordiale della nostra identità. 

Mauro Maurizio Palumbo