Da cosa nasce il nome “La Tipa”? È stata una scelta spontanea o riflette il bisogno di usare un nome generico per abbattere ogni tipo di etichetta?
Il nome La Tipa nasce come evoluzione naturale dell’identità grafica a cui è associato. È una scelta che nasce dal desiderio — anzi, dalla necessità — di rendere il personaggio che rappresenta libero, anche nel nome. Libero di essere qualunque cosa, di trasformarsi nel tempo, di cambiare idea, di diventare ogni giorno qualcosa in più o qualcosa in meno, senza la rigidità dentro cui, a volte, un nome e un’identità costringono.
Il nome La Tipa racchiude la consapevolezza che l’essere umano ha mille sfumature e può esprimere molteplici caratteri e personalità.

Qual è stato il momento esatto in cui l’illustrazione si è trasformata in una vera e propria necessità di espressione?
L’illustrazione ha sempre fatto parte del mio modo di esprimermi, sebbene negli anni non abbia avuto modo di darle abbastanza spazio. È diventata una necessità quando le parole non mi sono più sembrate sufficienti e appropriate per comunicare. Ho avuto la sensazione che ci fossero cose che non riuscivo a dire ma che avrei potuto disegnare.
È stato un profondo malessere, personale e sociale, a dar vita ai miei “scarabocchi”. Le illustrazioni sono state un modo per rimuovere i confini imposti dalle parole e tornare a respirare.

Cosa ha guidato la scelta del vestito a righe e della barchetta origami? È un’ispirazione puramente estetica o nasconde significati simbolici?
Le righe per me rispondono al bisogno di ordine di cui anche il caos delle emozioni beneficia, mentre il bianco ed il rosso mi riportano all’infanzia, al circo, ai luna park, a quell’immaginario sospeso fra gioco e meraviglia. Le righe bianche e rosse diventano cosi una sintesi fra gioco e rigore.
L’origami è una metafora dell’adattabilità e del cambiamento: tutti gli origami prendono forma da un pezzo di carta quadrato che si piega docile alle pieghe che lo trasformano, di volta in volta, in qualcosa di nuovo. Trovo molte analogie fra gli origami e la natura umana.


Come riesci a mantenere l’equilibrio tra l’espressione di un’emozione personale e la creazione di un’immagine in cui chiunque possa riconoscersi?
È un equilibrio che non cerco. I miei scarabocchi sono sempre sbilanciati verso le emozioni personali, nascono da una urgenza emotiva, se non c’è emozione non c’è immagine. Ma forse è proprio questo il motivo per cui gli altri vi si riconoscono. Chi le guarda non si identifica necessariamente nella mia stessa emozione, vi proietta la propria, sceglie quanto andare a fondo, attraverso i tanti strati e significati di cui ogni illlustrazione è, a dispetto dell’apparente semplicità, composta. Ritrova un ricordo, uno stato d’animo, una fragilità, o semplicemente incontra una parte di sé.
Quali sono le tue principali fonti di ispirazione? Ci sono libri, film o altri artisti che hanno avuto un impatto significativo nella strutturazione del tuo immaginario?
Non saprei incastrare i miei scarabocchi fra le pagine di un libro o i fotogrammi di un film e non c’è un artista che riconosco come particolarmente impattante. I miei scarabocchi sono, come me, “onnivori”, si nutrono di qualunque forma d’arte, che sia essa musica, pittura o scultura, classica o contemporanea.
Chi è Rossella Russo?

Rossella Russo è la matita che disegna La Tipa, un progetto nato dalla necessità di lasciare scorrere il segno senza troppe regole, senza doverlo per forza incasellare.
Farmacologa e docente universitaria per formazione, disegnatrice per urgenza.
In questo contrasto, solo apparente, prende forma il suo linguaggio visivo: essenziale ed immediato. Il tratto è istintivo, volutamente imperfetto, e proprio per questo capace di restituire qualcosa di autentico e riconoscibile.
Il suo immaginario è “onnivoro” ed aperto a contaminazioni continue: disegnare, per lei, è un modo di stare nel mondo prima ancora che di rappresentarlo.





